Un uomo cammina su un campo da calcio illuminato dai riflettori, di notte

Giuseppe Ursini

Oltre il Risultato

Otto anni di calcio a Fossacesia — 2018 / 2026

Oltre il Risultato

Otto anni di calcio a Fossacesia (2018-2026)

La storia di un'idea che ha provato a cambiare il modo di vivere, organizzare e pensare il calcio in una piccola comunità.

Prima di iniziare…

Ci sono storie che durano una stagione.

E ce ne sono altre che meritano di essere raccontate.

Quella che state per leggere è una storia vera.

È la storia di otto anni di calcio vissuti a Fossacesia. Otto anni fatti di entusiasmo, idee, sacrifici, difficoltà, soddisfazioni, errori, decisioni coraggiose e traguardi che, all'inizio, sembravano persino impossibili da immaginare.

Questo racconto nasce da un'esigenza molto semplice: non lasciare che quella storia venga dimenticata.

Non è un bilancio personale. Nemmeno un documento celebrativo.

È la testimonianza di un percorso vissuto insieme da dirigenti, allenatori, giocatori, collaboratori, famiglie, sponsor, volontari e da tutti coloro che, in modi diversi, hanno contribuito a scrivere una pagina importante della storia sportiva della nostra città.

Molti ricorderanno i risultati.

Molti meno conoscono ciò che invece è accaduto dietro le quinte.

  • Le scelte.
  • Le rinunce.
  • Le difficoltà.
  • Le soddisfazioni.

I momenti in cui tutto sembrava possibile e quelli nei quali sembrava non esserlo più.

Per questo motivo ho deciso di raccogliere quei ricordi in queste pagine. Non per giudicare il passato. Non per cercare consensi.

Ma semplicemente perché la memoria, quando viene custodita, diventa patrimonio di tutti.

Come è organizzato questo racconto

Il testo è composto da:

Prefazione

L'origine di queste pagine

Prologo

Da dove tutto è cominciato

Nove Capitoli

Cronologicamente, dal 2018 al 2026

Epilogo

Una riflessione sul significato di quegli anni

Tempo di lettura: più o meno come un primo tempo di una partita di calcio.

Oppure, se preferite, il tempo di un caffè per ciascun capitolo.

Indice

  1. Prefazione
  2. PrologoUna chiamata
  3. Capitolo IUn'idea di calcio
  4. Capitolo IIQuando tutto sembrava possibile
  5. Capitolo IIIL'idea chiamata Union
  6. Capitolo IVUna squadra senza casa
  7. Capitolo VIl lavoro paga sempre
  8. Capitolo VIIl peso dei sogni
  9. Capitolo VIILa scelta più difficile
  10. Capitolo VIIIIl coraggio di fermarsi
  11. Capitolo IXL'Union ha compiuto la sua missione
  12. EpilogoOltre il risultato

Un invito

Vi chiedo soltanto una cosa.

Non fermatevi al Prologo.

Ogni capitolo prepara quello successivo e molti degli avvenimenti raccontati acquistano il loro vero significato soltanto arrivando all'Epilogo.

Se avete vissuto quegli anni, ritroverete persone, emozioni e ricordi che forse avevate dimenticato.

Se invece non li avete conosciuti da vicino, probabilmente scoprirete una storia che merita di essere letta.

Perché questa non è soltanto la storia di una società sportiva. È la storia di persone che hanno sviluppato un progetto calcistico. Di donne e uomini che hanno dedicato tempo, energie e passione a un progetto comune. Di un gruppo che ha provato a dimostrare che anche una piccola realtà poteva fare cose importanti.

Come ogni bella storia, anche questa acquista il suo vero significato soltanto quando si arriva all'ultima pagina.

Per questo vi invito a dedicarle l'equivalente di un tempo di una partita di calcio. Quante volte abbiamo visto dei primi tempi banali, insignificanti, senza emozioni, ecco, qui non ci si annoia di sicuro.

Spero che, una volta terminata la lettura, possiate conoscere un po' meglio non solo ciò che è stata l'Union Fossacesia, ma soprattutto ciò che il calcio ha rappresentato per la nostra comunità in questi otto anni.

Se accadrà questo, allora lo scopo di queste pagine sarà stato pienamente raggiunto.

Buona lettura.

Peppino Ursini

Capitolo I

Un'idea di calcio

Il primo Direttivo fu sufficiente a far capire quale fosse la mia idea di società.

Non mi presentai con idee bislacche, né con slogan. Arrivai con un Piano Strategico.

A qualcuno è sembrato eccessivo parlare di pianificazione, organizzazione e obiettivi in una società dilettantistica. Per me, invece, era l'unico modo possibile di iniziare quel percorso.

Spiegai che non ero lì per cancellare ciò che era stato fatto fino a quel momento. Assolutamente, avevo grande rispetto per chi aveva tenuto in vita quella società negli anni precedenti. Ma ero convinto che fosse arrivato il momento di provare a fare le stesse cose in modo diverso, con una visione più ampia e un'organizzazione più moderna.

Ricordo ancora una frase che mi venne rivolta durante quella riunione: «Cosa intendi fare? Dopotutto qui stiamo a parlare di una squadra di pallone.»

Sorrisi. Era un'osservazione legittima, pronunciata in buona fede, e proprio per questo meritava una risposta sincera. Dissi questo:

«Se ho accettato questa sfida è perché vorrei provare, insieme a voi, a fare calcio, più che pallone. Sempre dilettantistico, certo, ma organizzato. Dopotutto fare una cosa bene o farla meno bene si spende lo stesso tempo, tanto vale farla bene.»

Era tutta lì la differenza.

Negli anni precedenti avevo avuto la fortuna, grazie ad alcune esperienze dirette, di vivere da vicino realtà sportive molto ben strutturate, soprattutto di Serie D, ma anche di Lega Pro. Avevo capito che, anche nel dilettantismo, l'organizzazione non era un lusso riservato ai soli professionisti.

Era un modo di pensare. Ed era proprio quel modo di pensare che desideravo riportare a Fossacesia, adattandolo naturalmente alle dimensioni e alle possibilità di una società dilettantistica come la nostra. Non ero impazzito. Non volevo copiare nessuno. Volevo semplicemente affermare che anche una piccola realtà poteva darsi un metodo, una direzione e un'ambizione diversa.

Ero consapevole che molte delle idee presentate in quel primo Direttivo erano qualcosa che, fino ad allora, a Fossacesia non si era mai visto. E, senza alcuna presunzione, alcune di quelle intuizioni erano ancora poco diffuse perfino in società che militavano in categorie superiori.

In quel momento capii che il vero cambiamento non consisteva nello spostare qualche ruolo o modificare qualche procedura. Il vero cambiamento era convincere tutti che anche una piccola società poteva lavorare con una mentalità diversa.

Capitolo II

Quando tutto sembrava possibile

Un giocatore del Fossacesia Calcio in allenamento, visto di spalle, con la maglia bianca e il numero 13

Le idee, però, hanno bisogno di trasformarsi in fatti.

Ricordo ancora il primo giorno di raduno con la squadra. Eravamo a Mozzagrogna, su un campo in erba naturale piuttosto che sul solito «manto breccioso e polveroso» di Fossacesia, e già questo era visto con grande positività.

Vedere poi i ragazzi entrare negli spogliatoi e trovare un'organizzazione completamente diversa fu una delle soddisfazioni più grandi di quei primi giorni.

L'abbigliamento tecnico di primissimo livello e personalizzato, un magazziniere incaricato di lavare e preparare quotidianamente tutto il materiale di allenamento, uno staff tecnico più ampio e strutturato, l'attenzione all'alimentazione integrativa al termine di ogni seduta di allenamento, ecc.

Qualcuno potrebbe pensare che fossero dettagli. Per me erano un modo concreto per trasmettere rispetto verso quei ragazzi e verso l'attività che stavano svolgendo.

Ricordo ancora gli sguardi dei giocatori, sia dei nuovi arrivati che di quelli che già conoscevano l'ambiente. Erano sinceramente sorpresi.

Ma non furono gli unici.

Anche molte società della zona iniziarono a guardare con curiosità quello che stava accadendo a Fossacesia. Si respirava un entusiasmo nuovo e, per la prima volta dopo tanti anni, si aveva la sensazione che il nostro piccolo club stesse cercando una strada diversa.

Naturalmente sapevo che tutto questo non sarebbe bastato. L'organizzazione deve sempre accompagnare i risultati sportivi e un'immagine che si porta dietro. Fu proprio in quel clima che nacque un'altra idea alla quale tenevo moltissimo.

Mi ripromisi di portare il Pescara di Zeman, in quel momento in grande spolvero in serie B, a disputare un'amichevole contro il Fossacesia.

Il Pescara Calcio rappresenta da sempre il massimo riferimento calcistico della nostra regione. Nessuno, fino ad allora, era riuscito a organizzare un appuntamento del genere per la nostra società. A Fossacesia.

Ci riuscimmo, grazie alle ottime relazioni personali.

Zdenek Zeman con la confezione UNICI insieme a un dirigente del Fossacesia

La partita venne disputata nel mese di ottobre.

Il nostro impianto, purtroppo, non era nelle condizioni di ospitare un evento di quella portata e fummo costretti a spostarci a Mozzagrogna. Ma cambiò solo il luogo.

Non cambiò il significato.

Quella partita non rappresentava soltanto novanta minuti di calcio. Era il simbolo di una mentalità nuova e diversa. Volevo dimostrare, anche al Sindaco di allora, che una società dilettantistica poteva proporre iniziative capaci di coinvolgere un intero territorio con ricadute su tutta la comunità.

Ancora oggi tante persone ricordano quella giornata con emozione.

Non tanto per il risultato, ovviamente scontato ma nemmeno più di tanto, perdemmo con poco scarto e ben figurando al cospetto del Maestro Zeman.

Quanto per ciò che rappresentò.

Anche politicamente, perché quella gara iniziò a far disegnare nella testa del Sindaco la convinzione di finalmente dotare Fossacesia di un impianto di gioco moderno ed adeguato al valore che quella società intendeva raggiungere, dopo tanti anni in cui se ne era solo parlato.

Passarono ancora tanti anni da allora, e tante insistenze, ma solo nel 2024, dopo aver peregrinato e mendicato spazi ovunque, è arrivato il nuovo impianto calcistico a Fossacesia.

Finalmente! Tardivo, ma finalmente per i posteri qualcosa è stato ottenuto. E mi piace pensare che quella prima pietra l'abbiamo posta proprio noi.

Fu, probabilmente, quella giornata di ottobre — iniziata già dalla mattina e poi proseguita con il pranzo congiunto tra l'alta dirigenza del Pescara e quella della Asd Fossacesia, insieme alle istituzioni locali — il momento più alto di quella prima stagione.

Sembrava davvero che tutto fosse lineare.

Purtroppo il calcio, come spesso accade, ti ricorda che l'entusiasmo e i risultati non sempre camminano alla stessa velocità.

La stagione prese una direzione diversa da quella che avevamo immaginato. Succede, è il calcio.

Alcune scelte tecniche non produssero gli effetti sperati e, poco alla volta, ci ritrovammo coinvolti in una lotta per evitare la retrocessione.

Fu un periodo difficile. Non tanto per i risultati, che nello sport bisogna sempre saper accettare, quanto perché iniziarono ad emergere sensibilità diverse anche all'interno della società. Ogni cambiamento crea entusiasmo in qualcuno e perplessità in altri.

Lo avevo messo in conto.

Eppure, nonostante tutto, continuavo a vedere crescere qualcosa che mi rendeva fiducioso.

Per la prima volta si iniziò seriamente a dedicare più attenzione anche al settore giovanile, che fino a quel momento era stato affidato quasi esclusivamente alla buona volontà di pochi tecnici locali.

Ero convinto che il futuro della società passasse soprattutto da lì.

Alla fine della stagione però, lo ammetto, avevo deciso di fermarmi.

Non erano i risultati sportivi a pesarmi di più.

Era il clima che, lentamente, si era creato attorno al progetto, forse anche con qualche maliziosa volontà.

Poi accadde qualcosa che cambiò ancora una volta il corso degli eventi.

Mentre ero in procinto di salutare, alcuni vecchi dirigenti decisero di intraprendere strade diverse. Fu una scelta che rispettai, pur sapendo che quello avrebbe cambiato il mio destino e che mi avrebbe riportato dentro. Davanti ad uno scenario alquanto a rischio, coloro che mi spinsero l'anno prima ad accettare l'incarico tornarono a spronarmi.

Mi dissero che, nonostante le difficoltà, vedevano crescere qualcosa di importante e mi invitarono a non fermarmi proprio allora e che il difficile stava passando.

Fu così che accettai ancora una volta la sfida, rinnovando le mie motivazioni.

Fummo però costretti a ridimensionare alcune ambizioni, anche se mai rinunciammo alla nostra nuova identità.

Perché avevo capito una cosa. I progetti seri non si misurano da come iniziano.

Si misurano da come reagiscono alle prime difficoltà.

Capitolo III

L'idea chiamata Union

Se il primo anno mi aveva confermato che le idee, da sole, non bastano, il secondo mi convinse definitivamente che anche le difficoltà possono trasformarsi in un'opportunità.

Ripartimmo con uno spirito diverso.

Le ambizioni della prima squadra erano state, come già scritto, inevitabilmente ridimensionate. L'obiettivo non era più quello di inseguire traguardi prestigiosi, ma di disputare un campionato sereno, lontano dalla zona retrocessione.

Al tempo stesso, però, avevo una convinzione sempre più forte: il futuro della società sarebbe dipeso soprattutto dal settore giovanile. Era lì che bisognava investire tempo, energie e idee.

L'inizio del massimo campionato fu difficile. Molto più di quanto avessimo immaginato.

I risultati tardavano ad arrivare e la classifica iniziava nuovamente a preoccupare.

Decidemmo allora di intervenire con un cambio della guida tecnica. Fu una scelta importante.

Poco alla volta la squadra acquistò fiducia, entusiasmo e risultati. Iniziammo una rimonta che, settimana dopo settimana, ci riportò nelle posizioni più tranquille della classifica e ci fece addirittura accarezzare l'idea di poter raggiungere i playoff.

Sembrava che il lavoro iniziato tanti mesi prima stesse finalmente producendo i suoi frutti.

Poi arrivò il Covid. Ad inizio marzo.

Come per tutti, anche il nostro mondo si fermò improvvisamente. Si fermarono gli allenamenti. Si fermarono le partite. Si fermò il settore giovanile. Si fermarono i progetti.

Fu una parentesi difficile, che interruppe un percorso tecnico molto positivo e, soprattutto, mise in grande difficoltà l'attività giovanile, proprio nel momento in cui stavamo cercando di rilanciarla.

Ma fu anche un periodo di riflessione.

Più ci pensavo e più mi convincevo di una cosa: una società che si limita ai confini del proprio paese, prima o poi, incontra inevitabilmente un limite. Non perché manchino le persone o le competenze, ma perché si restringono le possibilità di continuare a crescere.

Fu allora che iniziò a prendere forma un'idea che mi accompagnava già da tempo. Non pensavo ad una società contro le altre.

Pensavo ad una società insieme alle altre.

Immaginavo una realtà capace di coinvolgere anche i paesi vicini, di condividere energie, competenze, ragazzi e progettualità, costruendo un modello territoriale più moderno e più forte. Anche la profonda crisi che stava attraversando il calcio nella vicina Lanciano rafforzava questa convinzione.

Continuare a ragionare ognuno per conto proprio avrebbe significato, nel tempo, indebolire tutti. Serviva il coraggio di cambiare prospettiva. Da questa riflessione nacque la proposta di cambiare il nome della società.

Da ASD Fossacesia a Asd Union Fossacesia.

Per molti poteva sembrare semplicemente una nuova denominazione.

Per me era molto di più. Era una dichiarazione d'intenti.

La parola «Union» rappresentava perfettamente ciò che avevo in mente: unire anziché dividere, collaborare anziché competere, costruire un futuro condiviso anziché difendere piccoli confini.

All'inizio quella proposta venne accolta con entusiasmo.

Successivamente emersero resistenze. E, forse con mia sorpresa, alcune arrivarono proprio da chi, all'inizio, aveva creduto e sostenuto quel progetto invitandomi ad andare avanti per concretizzarlo.

Anche questo però fa parte della natura dei cambiamenti. Quando un'idea inizia a trasformarsi in realtà, inevitabilmente emergono sensibilità diverse, timori e, talvolta, interessi differenti.

Quel percorso, che immaginavo più rapido, subì inevitabilmente un rallentamento.

L'idea originaria era quella di costruire una realtà capace di rappresentare un territorio più ampio, mettendo insieme persone, competenze e opportunità. Non tutto andò come avevo immaginato.

Ma una cosa non cambiò mai. Quel nome.

Union.

Per molti era semplicemente una parola nuova. Per me rappresentava un modo diverso di guardare al futuro.

E ancora oggi continuo a credere che, soprattutto nel calcio dilettantistico, la crescita passi dalla capacità di unire e non di dividere. E sono tanti i casi di successo di progetti simili in Italia (nel Nord in particolare), anche ad alto livello, ma ci vuole una grande maturità per abbattere certi muri.

Quella convinzione non è mai venuta meno.

Anzi, col passare degli anni, si è rafforzata sempre di più.

Capitolo IV

Una squadra senza casa

L'estate successiva ricominciò dunque con un nome nuovo sulle nostre maglie.

Union Fossacesia.

Quel nome rappresentava molto più di una semplice modifica anagrafica. Era il simbolo di una visione che guardava oltre i confini del paese e cercava di costruire un futuro diverso.

Purtroppo, però, i problemi logistici continuavano ad accompagnarci.

Il nostro impianto non era ancora nelle condizioni di ospitare l'attività della società e, ancora una volta, fummo costretti a cercare casa altrove.

Il primo anno avevamo giocato a Fossacesia su un terreno che, con il massimo rispetto, era ormai diventato difficile perfino per allenarsi. Successivamente ci eravamo trasferiti a Mozzagrogna, dopo averci già fatto la precedente preparazione estiva, e poi ancora nel corso dell'anno a Casoli.

Con l'inizio dell'avventura Union invece trovammo ospitalità a Lanciano, allo stadio Memmo, seppur a porte chiuse per ragioni di sicurezza dello stadio. Un inferno che non sembrava volerci lasciare.

Per poter utilizzare quell'impianto fummo anche costretti a trasferire, per necessità federali, la sede sociale della società. Una situazione paradossale, ma inevitabile se volevamo continuare a disputare il campionato perché non c'erano altri impianti disponibili. Tant'è, così andò.

Sembrava tuttavia l'inizio di una stagione finalmente diversa.

Invece il destino aveva ancora una volta altri programmi.

Dopo poche settimane, a fine settembre, arrivò la seconda ondata della pandemia. I campionati ad inizio ottobre si fermarono nuovamente.

La Promozione. Il Settore Giovanile. Tutto.

Ancora una volta il calcio, ma tutto il mondo dello sport, lasciò spazio ad una tragedia mondiale che coinvolgeva ogni famiglia.

Eppure, anche in mezzo a quel grigiore, ricordo un piccolo bagliore.

Finalmente era arrivato lo staff tecnico che avevo cercato per tanto tempo. Persone di grande umanità, preparazione e spessore tecnico.

Fin dalle prime settimane avevo percepito qualcosa di diverso. La squadra era praticamente la stessa dell'anno precedente, ma la mentalità era cambiata.

I risultati lo dimostrarono immediatamente.

Dopo le prime cinque giornate, al punto dell'interruzione, eravamo primi in classifica e ci eravamo assicurati il passaggio di turno in Coppa Italia.

Un primato che sorprese molti, ma che per noi rappresentava la conferma che il lavoro stava finalmente producendo i suoi effetti.

Poi arrivò di nuovo lo stop. Fu un'enorme delusione.

Non soltanto perché il campionato venne annullato, ma perché avevamo la sensazione che qualcosa di importante stesse davvero nascendo.

Ricordo perfettamente una frase che ci ripetevamo in quei giorni: «Peccato... ma ripartiremo da qui, anche se fosse solo dall'anno prossimo.»

Nessuno di noi poteva immaginare quanto sarebbe stata ancora lunga quella pandemia, tanto lunga che saltò tutto il campionato. Tutto fu azzerato.

Ma, nonostante questo, dentro di noi era rimasta una certezza.

La strada era quella giusta.

Capitolo V

Il lavoro paga sempre

Un giocatore in maglia rosa in azione durante una partita allo stadio

Nell'estate del 2021 tornammo finalmente in campo.

Lo facemmo con prudenza, perché il timore di una nuova interruzione era ancora presente.

La squadra era stata ritoccata solo in qualche punto. Molto più profondo, invece, era stato il lavoro svolto nel settore giovanile.

Dopo l'uscita di alcuni protagonisti degli anni precedenti, avevamo costruito una nuova organizzazione, affidandoci a persone che avevano entusiasmo, competenze e voglia di programmare.

I risultati arrivarono molto prima di quanto immaginassimo.

Restava, però, un problema che sembrava non volerci abbandonare. Ancora una volta non avevamo un impianto dove fare le nostre attività.

Per il quarto anno consecutivo l'Union Fossacesia fu costretta a vivere da ospite.

Il settore giovanile arrivò a disputare gare casalinghe ovunque, alcune perfino 25 km di distanza, a Scerni, con spostamenti estenuanti per ragazzi e famiglie e con costi che pesavano enormemente sul bilancio della società.

In pratica giocammo, ormai da anni, tra prima squadra e giovanili, sempre e solo in trasferta.

La prima squadra trovò ospitalità ad Ortona, dove facemmo la preparazione estiva condividendo con la locale squadra, rivelatasi nostra competitor poi in campionato, gli spazi per allenarsi.

Gli allenamenti dei mesi successivi diventavano ogni settimana un rompicapo. Il campo in terra di Rocca San Giovanni. Il campetto di calcio a 8 al Monumental. Ancora Ortona, fino a quando hanno potuto ospitarci, ma da inizio '22 in poi non più. Amichevoli organizzate altrove, ovunque capitasse e su qualsiasi campo, pur di trovare un pretesto per allenarsi.

Ogni settimana bisognava inventarsi una soluzione diversa. Con il furgone della società, diventato ufficialmente un magazzino volante, che macinava chilometri in quantità industriali.

Insomma, non c'era nessun presupposto per lavorare con serenità e tranquillità in una casa propria, senza parlare di un aggravio di costi insopportabile.

Eppure, proprio in quella stagione, accadde qualcosa che ancora oggi considero straordinario.

Nonostante tutte le difficoltà logistiche e organizzative, e di conseguenza anche economiche perché i costi ci stavano mangiando, l'Union disputò la migliore stagione della sua storia.

Il settore giovanile crebbe in maniera evidente. La prima squadra giocò un calcio di grande qualità.

E, contro ogni pronostico, conquistò con pieno merito la vittoria del campionato di Promozione.

Per la prima volta nella storia del calcio di Fossacesia raggiungemmo il campionato regionale di Eccellenza.

Fu un'emozione enorme, che auguro ad ogni dirigente sportivo.

Non solo perché avessimo vinto un campionato, ma in quelle condizioni poi. Ma perché quel traguardo rappresentava la dimostrazione che anni di lavoro silenzioso, continuo, serio e professionale avevano finalmente prodotto risultati concreti, in barba a tutto.

Non era stata una vittoria improvvisata. Era il frutto di un percorso. Di una mentalità. Di un modo diverso di vivere una società sportiva. Di una capacità di creare un ambiente solido, straordinario, composto da uomini rivelatisi veri.

Un idillio. Ecco, quando si parla di gruppo unito, granitico, dell'uno per tutti e del tutti per uno, io penso a quell'annata, che poi ha avuto effetti benefici anche nella successiva stagione portandoci addirittura a migliorarci ancora.

Naturalmente ero soddisfatto. Molto soddisfatto, finanche felice, io come tutti gli altri che hanno partecipato a quei momenti irripetibili.

Ma, insieme alla soddisfazione, iniziavo anche ad avvertire tutto il peso di un progetto che stava diventando sempre più grande.

L'Eccellenza rappresentava un sogno. Ma anche una responsabilità enorme.

La stagione successiva confermò quanto quella crescita fosse reale.

La Union Fossacesia partecipò a tutti i principali campionati regionali. La Scuola Calcio Élite. Le squadre giovanili Regionali. La Juniores Regionale Elite. La Prima Squadra in Eccellenza.

Eravamo diventati in quella stagione, e per la prima volta per il nostro Club, la prima società della provincia di Chieti presente contemporaneamente ai massimi livelli regionali in ogni categoria.

E arrivò anche l'affiliazione con l'Academy dell'AC Milan, prestigioso riconoscimento, eravamo solo 2 le società regionali ad averlo.

E in regione, in ambito calcistico, tutti parlavano con ammirazione dell'Union Fossacesia. Un risultato di cui vado ancora oggi particolarmente orgoglioso.

Eppure continuava a mancarmi qualcosa.

Avevo sempre immaginato una società capace di coinvolgere l'intera città, nonché il territorio limitrofo. Speravo in una partecipazione sempre maggiore dei nostri concittadini, degli operatori economici, delle persone che avrebbero potuto sentirsi parte di quel progetto.

Quella crescita, invece, procedeva più lentamente di quanto avessi sperato.

Qualcuno, a me vicino, mi ripeteva che il territorio non fosse allo stesso livello della società, e che avrei dovuto rassegnarmi a convivere con quella scomoda verità. Certo, i fatti raccontavano quello, ma ho sempre sperato invece il contrario, da buon ottimista.

Anche in Eccellenza però continuammo a vivere lontano da casa.

Per il quinto anno consecutivo fummo costretti a disputare campionato e allenamenti fuori dal nostro impianto. Intanto a Fossacesia iniziavano a prendere forma, finalmente seppur tardivamente, i lavori al V. Granata per la costruzione del nuovo manto erboso.

Quella volta fu San Vito Chietino, attraverso il San Vito '83, ad ospitarci. Altri costi supplementari. Altri sacrifici. Altri spostamenti. Altro furgone in modalità magazzino itinerante.

Eppure le squadre, tutte, continuarono a stupire.

La prima squadra giocò un campionato straordinario.

Per tutta la stagione occupammo stabilmente la parte sinistra della classifica, confrontandoci alla pari con società e città storiche del calcio abruzzese come L'Aquila, Giulianova, Lanciano, Santegidiese, Vasto, Sulmona, Angolana, Sambuceto, Celano, Teramo e tante altre squadre di città ben più grandi di Fossacesia.

Ricordo ancora la vittoria di Giulianova, l'8 dicembre, con 9 ragazzi su 20 – di cui 4 in campo, e altri 5 in distinta – nati e cresciuti nella Fossacesia calcistica, davanti a 2.000 spettatori increduli.

Per l'occasione da Fossacesia per questa partita arrivarono in 7, senza poter esultare visto che eravamo in tribuna centrale in mezzo ai giuliesi! Chi conosce il clima dello Stadio Fadini di Giulianova sa cosa intendo dire.

Fu un capolavoro calcistico. Una prestazione che rappresentò forse il punto più alto di quella stagione.

L'eco di quella nostra annata calcistica superò presto i confini di Fossacesia e dintorni. I media sportivi, finanche Rai TGRegione, di tutto il territorio abruzzese iniziarono a parlare di noi. In alternanza, io e il mister, venimmo invitati in numerose trasmissioni sportive per raccontare quello che in molti definivano il «fenomeno Union Fossacesia».

Anche nel successivo mercato di dicembre ci fu questa dimostrazione: i nostri giocatori erano richiesti da società provenienti da ogni parte e trattenerli diventò un'impresa tutt'altro che semplice.

Abbiamo vissuto tra i «grandi» e ci siamo stati bene. Ci hanno apprezzati. Ci hanno ammirati e soprattutto rispettati. Ovunque andassimo, grandi accoglienze e simpatie diffusissime.

Amicizie nate, in particolare con i miei colleghi presidenti, che ancora oggi coltivo.

E tutto questo con un dato che scoprii soltanto a fine campionato. Su venti squadre partecipanti avevamo il diciottesimo budget. Solo due società avevano investito meno di noi. Entrambe retrocessero, una con largo anticipo.

Noi, invece, arrivammo a lottare spesso per le posizioni di vertice.

Ma i risultati che porto maggiormente nel cuore arrivarono alla fine. Inconsapevolmente.

Prima vincemmo il Premio Disciplina del Campionato di Eccellenza. Un altro primato di cui andiamo particolarmente orgogliosi: fummo la squadra più corretta dell'intera stagione, distaccando nettamente la seconda classificata in questa speciale graduatoria, L'Aquila, che nel frattempo aveva conquistato anche la vittoria del campionato.

Fu proprio a L'Aquila, nel magnifico scenario del loro stadio, che vivemmo una giornata di grande sport. La società rossoblù ci invitò a condividere i festeggiamenti per il loro salto in Serie D avvenuta la domenica precedente, riservando un'accoglienza straordinaria a tutta la nostra comitiva: ben 42 persone tra dirigenti, staff e squadra, con 28 calciatori che avevamo deciso di portare con noi, dagli Juniores ai Senior.

Una ospitalità davvero sorprendente e fantastica che tutti ricordiamo con piacere.

La squadra dell'Union Fossacesia in posa con la Maglia Rosa davanti ai tifosi de L'Aquila

Davanti a circa 4.200 spettatori in festa, scendemmo in campo indossando per la prima volta la nostra splendida Maglia Rosa, che avremmo utilizzato anche nelle ultime giornate di quel campionato.

Era il nostro modo di rendere omaggio alla partenza del Giro d'Italia da Fossacesia, prevista solo pochi giorni dopo: un evento storico per la nostra città, che sentivamo di dover celebrare anche attraverso il calcio. Lasciammo esemplari di quella maglia, stampati per l'occasione, al Sindaco de L'Aquila, al presidente della società, al capo tifosi degli aquilani (L'Aquila ha i tifosi soci in maggioranza), al Delegato allo Sport della Regione Abruzzo e ad altri rappresentanti istituzionali, tutti entusiasti.

E poi la ciliegina sulla torta su quella stagione, che fu ancora più sorprendente: fummo la società che impiegò più giovani nell'arco del campionato, tant'è che ricevemmo un cospicuo premio dalla Federazione che ci consentì anche l'iscrizione gratuita al successivo campionato di Eccellenza.

Confesso che, se qualcuno mi avesse detto qualche anno prima che sarebbe potuto accadere tutto questo, io lo avrei fatto ricoverare con una TSO!

Vincere è importante, quanto il ben figurare.

Ma riuscire a farlo a quei livelli mantenendo rispetto, correttezza, stile e impiegando giovani, rappresenta almeno per me, il modo più bello di interpretare lo sport in generale e il calcio in particolare.

Ecco, questa medaglia me la sento meritata e guai a chi prova a toccarmela!

Capitolo VI

Il peso dei sogni

La squadra dell'Union Fossacesia in campo con i tifosi e il fumo colorato delle torce

Raggiungere l'Eccellenza rappresentò il momento più alto della storia dell'Union Fossacesia.

Ma, paradossalmente, fu proprio da quel momento che iniziai a comprendere quanto fosse difficile mantenere vivo, con pochi aiuti, un progetto di quelle dimensioni.

Avevamo dimostrato che una piccola società poteva organizzarsi, crescere e competere con realtà molto più strutturate.

Dentro di me maturò una convinzione. Se eravamo riusciti ad arrivare fino a quel punto con le nostre sole forze, con le nostre idee, con il sostegno di pochi dirigenti e con risorse economiche davvero molto limitate, forse era arrivato il momento che il territorio iniziasse a sentirsi parte di quel progetto.

Per questo motivo lanciai più volte un appello. Non chiedevo applausi. Non cercavo riconoscimenti personali, mi erano sufficienti quelli che stavo già vivendo. Chiedevo semplicemente che quel patrimonio costruito in tanti anni diventasse patrimonio dell'intera comunità. Io, praticamente da solo o con pochissimi altri, non potevo mantenere quel ritmo.

Mi aspettavo che qualcuno si avvicinasse. Che arrivassero nuove energie. Nuove idee. Nuove persone.

Mi sbagliavo.

Con il passare dei mesi iniziai a interrogarmi sulle ragioni di quella partecipazione che continuava a non arrivare.

La prima responsabilità la attribuii a me stesso. Forse non ero riuscito a coinvolgere abbastanza. Forse il modo di guidare la società non era stato compreso o apprezzato. Forse avevo commesso degli errori.

Fu proprio per questo che comunicai ufficialmente la mia disponibilità a lasciare la presidenza. Pensavo che, togliendo di mezzo la mia figura che già sapevo essere ingombrante per qualcuno, il progetto avrebbe potuto trovare nuove energie.

E non chiedevo nulla in cambio. Non successe.

Chiedevo semplicemente un avvicendamento. Dopo cinque anni sentivo di aver concluso un ciclo: avevo dedicato al progetto tempo, energie e risorse ben oltre quanto fosse ragionevole pretendere, e desideravo soltanto passare il testimone a chiunque avesse avuto la volontà di raccoglierlo, senza avanzare alcuna pretesa.

Continuavo però a non trovare una spiegazione convincente al fatto che un progetto così importante per Fossacesia non suscitasse un reale interesse.

Nel tempo ascoltai molte interpretazioni. C'era chi sosteneva che fossi troppo accentratore e che questo scoraggiasse chi avrebbe potuto avvicinarsi. Altri, al contrario, ritenevano che concedessi fin troppa libertà di pensiero. Altri ancora che favorivo l'ingresso di dirigenti provenienti anche da fuori Fossacesia, in particolare da Lanciano.

Un ex dirigente, piuttosto fantasioso, arrivò a dirmi che gli ricordavo Aurelio De Laurentiis: un presidente molto, anzi troppo, presente, con una forte personalità e una naturale tendenza a seguire ogni aspetto della gestione, finanche la scelta delle formazioni!

Un paragone che accolsi con il sorriso. Una cosa è certa, e lo può testimoniare lo staff tecnico, io non ho mai conosciuto la formazione se non all'interno dello spogliatoio poco prima della partita, come tutti gli altri del resto. Del presidente del Napoli, a dire il vero, avrei volentieri preso in considerazione solo il suo conto corrente.

Qualcuno sosteneva persino che la società avesse impegni finanziari tali da rendere rischioso il passaggio di consegne. Non mi è mai sembrata una spiegazione davvero convincente, né tantomeno dettata da chi ha del sale in zucca. Come ogni associazione sportiva, così come in ogni società privata, anche la nostra aveva i normali impegni legati alla gestione, mentre eventuali responsabilità personali sarebbero comunque rimaste in capo a chi le aveva assunte e, se necessario, ampiamente disciplinati e blindati, attraverso accordi legali chiari, che avrebbe garantito chiunque.

Più che una ragione concreta, mi è sempre sembrata una motivazione utilizzata per giustificare un disinteresse che aveva, con ogni probabilità, altre origini.

Con il passare del tempo ho capito che, probabilmente, nessuna di queste spiegazioni raccontava davvero il cuore della questione. Ognuno osserva le cose dalla propria prospettiva, e da come gli conveniva fare in quel momento, e attribuisce le motivazioni che ritiene più plausibili.

La riflessione alla quale sono arrivato è un'altra. C'è chi sceglie di dedicarsi allo sport per ragioni diverse: c'è chi cerca un'esperienza personale, chi una gratificazione economica, chi un'opportunità imprenditoriale o altri che hanno obiettivi ed interessi molto personali.

Io ero mosso esclusivamente dal desiderio di costruire qualcosa di importante e duraturo per la mia città.

Forse proprio questa differenza di motivazioni spiega, più di ogni altra ipotesi, perché non si concretizzò un reale interesse a raccogliere quell'eredità.

Capitolo VII

La scelta più difficile

In quello stesso periodo, mentre mi aspettavo chiamate dal telefono amico, iniziarono invece ad arrivare telefonate inattese.

Più di una realtà manifestò interesse ad acquisire il nostro titolo sportivo di Eccellenza conquistato sul campo, visto che anche gli altri dall'esterno notavano l'immobilismo di Fossacesia.

Tra queste c'era soprattutto Lanciano, città che in quel momento non disponeva di una squadra in un campionato importante.

Alcune proposte erano serie. Qualcuna anche economicamente interessante, con proposte concrete.

Le ascoltai con rispetto. Ma non le presi mai realmente in considerazione.

Quel titolo apparteneva a Fossacesia.

Era stato conquistato da ragazzi che avevano indossato quei colori, da dirigenti che avevano dedicato tempo e passione, da una comunità che, pur con tutti i suoi limiti, meritava di conservare quel patrimonio.

Con il senno di poi qualcuno potrebbe pensare che quella sia stata una scelta sbagliata, una sorta di mia licenza poetica.

Forse sì. Di sicuro sarebbe stata la scelta più conveniente.

Non quella più giusta, secondo me.

Così decisi di affrontare, pur con non poche preoccupazioni, anche il secondo campionato di Eccellenza.

Con la speranza che, nel frattempo, qualcuno raccogliesse davvero quel testimone.

Capitolo VIII

Il coraggio di fermarsi

Al secondo anno di Eccellenza, e dopo tanto peregrinare e penare, al 6° anno finalmente avevamo pronto il nostro impianto sportivo di Fossacesia a disposizione.

Non ci fu però tanto d'aiuto.

Purtroppo la stagione iniziò subito in salita.

Non partimmo male, ma qualche problema di salute minò la serenità del nostro team.

Le difficoltà organizzative aumentarono. I risultati, inizialmente positivi, iniziarono lentamente a peggiorare.

Arrivato al mese di dicembre dovetti guardare la realtà con lucidità.

Continuare su quella strada avrebbe significato mettere a rischio la mia serenità personale, nonché quella economica, visto che stava ricadendo tutto su di me. Fui costretto a scegliere quindi di ridurre drasticamente gli investimenti destinati alla società.

Sapevo bene quali conseguenze sportive avrebbe comportato quella decisione.

Fu una scelta sofferta, molto sofferta. Ma anche una scelta responsabile.

La scelta di una retrocessione inevitabile rappresentò una ferita.

Non tanto per la categoria perduta. Quanto perché vedevo interrompersi un percorso costruito con tanti sacrifici.

Al termine della stagione affidai la «gestione» della società ad un nuovo gruppo dirigente, che si sono divisi Settore Giovanile e Prima Squadra. Per due anni questo gruppo è riuscito a mantenere la categoria, la Promozione, e a svolgere il lavoro in ambito giovanile, anche se in modo sofferto e in condizioni ambientali difficili, ma battendosi come leoni su ogni campo grazie ad uno staff tecnico che ha svolto un lavoro magnifico.

Ne sono stato sinceramente felice.

Perché significava che il lavoro svolto negli anni precedenti aveva lasciato basi solide.

Nel frattempo, però, quel gruppo «gestore» si è disunito, e per questo è cresciuto dentro di me una nuova consapevolezza. Ogni progetto ha bisogno di energie, soprattutto di quelle nuove fresche.

Perché nessuno può pensare di sostenere da solo per sempre una società sportiva.

Capitolo IX

L'Union ha compiuto la sua missione

Fu allora che maturò una scelta che, probabilmente, rappresentava la naturale conclusione di tutto il percorso iniziato nel 2018.

Unire.

Era sempre stata questa la parola che aveva ispirato ogni decisione. Prima nella scelta del nome. Poi nella visione del territorio. Infine nella convinzione che il calcio cittadino dovesse trovare una strada comune.

Da questa consapevolezza nasce quella che poi è diventata l'attuale Città di Fossacesia FC, un'idea coltivata insieme ad un'altra società di Fossacesia che praticava settore giovanile, che si chiamava Biancorossi.

L'Union conclude così il proprio cammino.

Non considero questa la conclusione di un progetto. Lo considero il completamento della sua missione, un po' diversa da come la immaginavo, ma bisogna anche prendere atto di ciò che può esprimere la nostra comunità.

Per alcuni anni dimostrammo che anche una piccola realtà poteva competere, con organizzazione, idee e passione, contro società che rappresentavano da decenni la storia del calcio abruzzese.

Resta però una convinzione che il tempo ha soltanto rafforzato: se vuoi andare veloce puoi correre da solo, ma se vuoi andare lontano devi correre insieme agli altri.

Abbiamo raggiunto traguardi che sembravano irrealizzabili. Abbiamo costruito un settore giovanile di riferimento e ad un certo punto tra i migliori in assoluto. Abbiamo conquistato l'Eccellenza. Abbiamo vinto più volte il Premio Disciplina. Abbiamo affrontato cinque anni senza un campo di casa. Abbiamo attraversato una pandemia mondiale.

E, soprattutto, abbiamo provato a lasciare un modo diverso di intendere una società sportiva.

Oggi il calcio a Fossacesia riparte da una nuova realtà, alla quale auspico che possa trovare un percorso che gli permetta di andare ancora più lontano rispetto a quanto fatto da noi.

Perché non ho mai lavorato per un nome.

Ho sempre lavorato per Fossacesia.

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